L'istinto di fronte a un conflitto in un team è quasi sempre lo stesso: risolverlo, appianarlo,
tornare alla “normalità” il prima possibile.
Del resto, a parte alcune persone che sono a proprio agio in dinamiche di confronto, anche serrate, in generale si preferisce una
situazione di calma e armonia e, anche da un punto di vista di leadership, l'attrito è interpretato come un
segnale di fallimento.
Ma c’è una netta distinzione tra
armonia e quieto vivere, così come tra confronto costruttivo e rifiuto immotivato.
Per esplorare meglio il concetto, possiamo distinguere le diverse
"anime" del conflitto, che i modelli organizzativi solitamente dividono in tre categorie:
- Conflitto Relazionale: L'attrito basato su antipatie e incompatibilità personali.
- Conflitto di Processo: Il disaccordo su chi fa cosa, con quali risorse e con quale autorità.
- Conflitto sull'Attività : Il dibattito sulla parte di esecuzione puntuale di una attività, sui risultati da ottenere, in quanto tempo e così via.
Ma, come spesso accade, in queste categorizzazioni, la realtà non è ascrivibile ad una
sola categoria.
Mettere in discussione un processo o una attività, specie se fatto in maniera generica, può essere vissuto come un
attacco personale, entrando quindi nel conflitto relazionale, con tutto quello che comporta.
Ma se non c’è dibattito, si perdono
importanti momenti di confronto e di potenziale
crescita.
Come leader, l’abilità non è evitare a tutti i costi il conflitto, ma agire da facilitatore di una cultura che sappia
gestirlo.
Ciò comporta saper creare le condizioni di
sicurezza psicologica in cui le persone si sentano libere di sfidare lo status quo, sapendo che il
dibattito riguarda l'idea, non la persona.
Il seguente esercizio può essere un modo per fare un primo passo nell’incentivare uno spirito critico all’interno di un contesto comunque “safe” e sperimentale.